Furto, riciclaggio e uso illegittimo dei veicoli a due ruote
 

di Raffaele Chianca*

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  


Tratto da IL CENTAURO anno 8 numero 65 gennaio 2002


E’ ormai diventato un appuntamento fisso il convegno che ogni anno si tiene sul tema del furto riciclaggio e uso illegittimo del veicolo motorizzato a due ruote.

La seconda edizione si è tenuta lo scorso 20 settembre a Milano nell’ambito della 59° edizione dell’EICMA, esposizione internazionale del ciclo e motociclo, come lo scorso anno a Roma il Ministero dell’Interno, l’ANCMA (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo e Accessori), la F.M.I. (Federazione Motociclistica Italiana) e ANIA (Associazione Nazionale Imprese Assicuratrici) hanno ritenuto giustamente di aggregare un folto numero d’addetti ai lavori e delle forze dell’ordine al fine di dibattere il fenomeno del furto, riciclaggio e uso illegittimo dei veicoli motorizzati a due ruote.

Bella e interessante manifestazione che permette di fare il punto sulle strategie di lotta alla piaga del furto e riciclaggio di questo tipo di veicoli.

La sempre maggiore diffusione dei veicoli a due ruote, nelle nostre città non disgiunta dall’elevato valore che ha raggiunto questo tipo di veicoli, ha comportato un notevole incremento, negli ultimi anni, del fenomeno criminoso del furto e riciclaggio.

Sono ormai migliaia i veicoli rubati in tutta Italia ed in particolare nelle grandi aree metropolitane con alcune province particolarmente interessate al fenomeno, punte del 50% di furti rispetto al venduto a Palermo e Salerno, 40% a Catania e Roma, 30% Napoli e Siracusa, e di seguito Genova, Firenze, Bologna. Per i targati il primato spetta a Napoli con l’11,6%, seguono Roma, Palermo, Milano e Genova, tanto che il fenomeno desta da tempo un notevole allarme sociale.

Diversi motivi, quali le caratteristiche costruttive, la notevole diffusione e non ultimo la legislazione vigente, che non prevede alcun tipo di registrazione per i ciclomotori, fanno sì che il contrasto a tale fenomeno sia particolarmente difficile e poco incisivo.

Elevato il danno economico per la collettività. Per quanto riguarda il furto dei ciclomotori, nella stragrande maggioranza dei casi sono i giovani a subire il danno, non coperto di assicurazione. In un attimo si vedono volatilizzare tutti i loro risparmi, con sacrificio anche delle loro famiglie.

Furti di questo tipo hanno assunto veramente proporzioni preoccupanti. Nel 2000 sono stati rubati complessivamente circa 80.000 veicoli tra ciclomotori, scooter e moto, con un danno per la collettività di 400 miliardi. I furti dei motocicli sono stati 18.890, quasi il 9.5% in più dell’anno precedente, mentre quelli dei ciclomotori sono stati 59.442 e registrano una diminuzione del 42%, dato quest’ultimo non particolarmente indicativo, infatti se si mette in relazione il numero dei veicoli rubati nel 2000 con le vendite dello stesso anno, si evidenzia l’incremento del 18% per i ciclomotori ed un 4% in meno per i targati.

Compresa la vastità del fenomeno e la sua valenza economica, ora si tenta di porre riparo ponendo questa tipologia di reato sullo stesso piano di altri fenomeni criminali, altrettanto importanti, senza distinzione.

Come ho sempre sostenuto è deplorevole fare differenza tra il furto di un’autovettura di qualche decina di milioni, e per questo meritevole di serie investigazioni, ed un ciclomotore di poco valore sul quale non vale la pena interessarsi. Non è questo il giusto approccio, non è il modo giusto di proteggere la collettività. Il singolo cittadino, nonostante quanto sostenuto dagli «esperti», ritiene molto più ripugnante e grave il furto del suo ciclomotore che una rapina in banca.

Ma torniamo al convegno, nel quale i relatori nel corso dei loro interventi hanno sollecitato alcune considerazioni che per ragioni di tempo non sono state illustrate approfonditamente e che tento di fare ora.

Va subito chiarito un equivoco di fondo che in qualche modo ha condizionato lo svolgimento dei lavori del convegno. A mio parere non si può, come invece è stato fatto da alcuni relatori, mettere assieme le varie tipologie di furto e riciclaggio dei veicoli: notevoli differenze ci sono tra il furto e riciclaggio di autovetture e veicoli industriali. Distinzioni vanno fatte anche per quanto riguarda i veicoli a due ruote, ciclomotori e motocicli, perché diverse sono le organizzazioni, il loro spessore criminale, il modus operandi, le tecniche di riciclaggio e la commercializzazione dei veicoli taroccati.

Non si può ingenerare confusione, come è stato fatto nel corso del convegno, perché si tratta di fenomeni che devono essere trattati in modo autonomo perché diversi tra loro.

Proprio per non incorrere nello stesso errore, mi limiterò a svolgere alcune considerazioni solo per quanto riguarda il furto e riciclaggio di ciclomotori, che al momento appare il più interessante soprattutto per l’attuale portata.

Per iniziare ad analizzare il fenomeno non si può non partire da un cenno su gli autori di questo particolare reato.

Credo che non si possa discutere sul fatto che nella stragrande maggioranza dei casi non si ha a che fare con grosse organizzazioni criminali, ma si tratta di piccole bande giovanili e frequentemente di singoli che intervengono in tutte le fasi del traffico (furto, taroccaggio, falsificazione dei documenti, vendita) per poi utilizzare loro stessi il veicolo o reimmetterlo sul mercato sfruttando tecniche elementari di distribuzione ad esempio la loro cerchia di amici oppure attraverso giornali specializzati di annunci economici.

E’ pur vero, e questo deve far seriamente pensare, che ultimamente lo spessore criminale di alcuni di questi soggetti tende a elevarsi e non di poco. Questo vuol dire che il «giro» si è fatto particolarmente appetibile anche da parte di soggetti che fino ad un certo punto avevano preferito la commissione di reati particolarmente lucrosi.

Non bisogna essere addetti ai lavori per capire quanto sia appetibile oggi il prodotto di questo reato, anche rispetto ad altri crimini pure contrastati dalle forze dell’ordine e dalla magistratura con un interesse maggiore.

Ho fatto l’esempio di una rapina in banca che frutta di solito non più di una decina di milioni, divisi tra i componenti della banda, tolte le spese si riducono a pochi milioni a testa. Il rischio è alto, il guadagno limitato. Si pensi viceversa al soggetto, magari incensurato che in un giorno, da solo, senza bisogno di complici, di particolari mezzi o investimenti, ruba e ricicla due ciclomotori del valore di sei sette milioni, che rivenduti frutteranno almeno cinque milioni.

Basta questo per capire che non si può più affrontare il fenomeno nel modo in cui si è affrontato fino ad ora. Nessuno poteva credere che, come successo per una recente indagine svolta dal mio ufficio, il principale indagato, l’organizzatore di un traffico di ciclomotori rubati, era un personaggio che tra i suoi numerosi pregiudizi di polizia annoverava un arresto per il reato di associazione per delinquere finalizzato al sequestro di persona. Questo è un caso ancora sporadico poco ancora indicativo, ma come ho già detto da non sottovalutare.

Come non è ancora significativo, a mio parere, il traffico internazionale di questo tipo di veicoli, che esiste, abbiamo avuto segnali in tal senso, ma si tratta ancora di casi sporadici e limitati e per questo vanno seguiti con attenzione. Ad esempio si è a conoscenza di un traffico in alcuni paesi nord africani, ma sembra più l’iniziativa di pochissimi singoli, non particolarmente esperti che tentano la spedizione o il trasporto di alcuni veicoli (1/2 per volta) da utilizzare più per uso famigliare o per una cerchia circoscritta di conoscenti che per un vero e proprio traffico organizzato.

Il problema vero è il dilagare del fenomeno nelle nostre città da parte di soggetti, come già detto nella stragrande maggioranza dei casi minorenni che, data la facilità con cui si riesce ad organizzare e gestire il traffico, non trovano nulla di meglio da fare che dotarsi di una cesoia, uno spadino, un martello ed uno strumento a punta, ed impiantare una piccola organizzazione che con pochissimi mezzi e conoscenze riesce ad ottenere buoni guadagni.

Nella stragrande maggioranza dei casi i veicoli rimangono in circolazione nella stessa provincia dove è stato perpetrato il furto, il lavoro di taroccaggio non è quasi mai di buon livello.

E’ utile dire che se il fenomeno è così diffuso lo si deve in particolare a tre fattori determinanti:

1. La mancata registrazione di questo tipo di veicoli.

In pratica sia all’atto dell’acquisto che agli eventuali trasferimenti di proprietà, il ciclomotore segue il normale regime dei beni mobili non registrati. In sostanza, non vi è alcun obbligo di registrazione del trasferimento di proprietà: il contrassegno per ciclomotore, «targhetta» identifica infatti il «responsabile della circolazione» e non il veicolo, e quindi può essere smontata da un ciclomotore e messa su un altro. Non è neanche necessario nessun atto scritto nè tanto meno una fattura comprovante l’acquisto, casomai solo uno scontrino fiscale dal quale non si evince l’acquirente del veicolo. Se si pensa che a volte le trattative avvengono attraverso un cellulare di cui si dimentica subito dopo l’utenza o che gli incontri avvengono al bar, si capisce la difficoltà di rintracciare persone di cui non si conosce nemmeno il nome.

2. I dati di identificazione (numero di telaio) sono particolarmente alterabili.

Sostanzialmente mi riferisco a due fattori in particolare:

a) non essendo prevista una registrazione del numero di telaio, i veicoli possono essere clonati all’infinito, nessuno si accorgerà mai che circolano due o più veicoli con lo stesso numero di telaio;

b) la punzonatura a punti attualmente utilizzata dalla maggior parte delle case costruttrici rende estremamente facile la contraffazione e/o alterazione.

3.Certificati facilmente riproducibili.

Anche per quanto riguarda i certificati, il fatto che il veicolo non sia registrato permette di poter utilizzare una matrice di un documento ottenuta attraverso fotocopia del documento di un ciclomotore originale per disporre di un numero illimitato di certificati sui quali basta trascrivere il numero di telaio del veicolo riciclato. Si consideri che il 99,9% di questo tipo di documenti non possiede alcun sistema di sicurezza, di solito sono formati su «carta straccia» facilmente fotocopiabile senza che nessuno si accorga della falsità del documento.

Come si vede in questa situazione è difficile parlare di un serio contrasto al fenomeno. Per questo tipo di veicoli da una parte è estremamente facile procedere al furto e riciclaggio, dall’altra estremamente difficile per le forze dell’ordine procedere alla loro identificazione.

A proposito di questo è bene dire che, i depositi giudiziari delle nostre città sono pieni di ciclomotori rinvenuti dalle forze dell'ordine e mai restituiti al legittimi proprietari perché i veicoli non sono stati esattamente identificati o, se identificati, non si è in grado di risalire al proprietario, questo anche per dire che le statistiche rispetto ai recuperi di questo tipo di veicoli sono sicuramente in difetto perché andrebbero aggiunte diverse centinaia di veicoli ogni anno in queste condizioni, che poi vengono demoliti.

Quindi oltre a sollecitare l’impegno delle forze dell’ordine, che è la cosa più semplice, bisogna impegnarsi seriamente con iniziative che rendano un po’ più complicato questo tipo di reato e siccome non si manca mai di sollecitare proposte, anche se poi è difficile vederle attuate, siamo pronti con le nostre, per la verità da anni sollecitate e sempre disattese.

• Punzonatura tradizionale (e non puntiforme) e copertura della composizione alfanumerica con una pellicola adesiva trasparente soggetta a frammentazione in caso di tentativo di rimozione;

• Certificati per ciclomotore con almeno un sistema di sicurezza, le meno costose e tradizionali (filigrana o reazione ai raggi U.V.) rendono il documento almeno non riproducibile attraverso fotocopiatura;

• Trascrizione dei veicoli in un apposito registro;

• Sistema di chiusura ed antifurto che siano almeno dignitosi e non, come oggi, nella stragrande maggioranza dei casi praticamente inutili.

Per la verità sembra superata la questione riguardante la registrazione dei ciclomotori, lo scorso marzo infatti il Parlamento ha emanato la legge delega di revisione del Nuovo codice della Strada delegando il Governo su importanti regole sulla circolazione, tra queste l’istituzione di un Pubblico registro dedicato ai ciclomotori all’interno del quale saranno inserite ed abbinate informazioni sul modello, telaio e nome del proprietario.

Se tale norma sarà emanata, almeno uno dei problemi sarà risolto.

Rimane l’urgenza di modificare il certificato per ciclomotore; già nel convegno dello scorso anno l’ANCMA, che sembra particolarmente attenta a tutte queste problematiche, in un documento titolato «Iniziative e proposte dei costruttori» aveva auspicato la modifica di questo documento definendolo: « facilmente esposto alla contraffazione e rende difficoltosi i controlli su strada», auspicando addirittura l’adozione di documenti tipo carte di credito con particolari elementi di sicurezza. A distanza di un anno da quella proposta ancora nulla si sa su eventuali iniziative in tal senso che riguardino sia i costruttori che il Ministero dei trasporti.

Ma non sono solo gli altri che devono migliorare, di fatti un altro problema che va immediatamente affrontato è l’organizzazione e razionalizzazione delle risorse e lo scambio delle informazioni tra le forze dell’ordine, oggi è estremamente difficile persino ragionare sul fenomeno del furto e riciclaggio di questo tipo di veicoli. Nell’ambito della stessa provincia almeno tre uffici (Questura, Polizia Stradale, Carabinieri) ricevono le denunce di furto ed ogni fatto è trattato in modo diverso, senza parlare dei rinvenimenti che di solito sono effettuati da uffici diversi da quelli che hanno ricevuto la denuncia. In sostanza troppi uffici, nessun coordinamento e soprattutto nessuno degli uffici competenti è in grado di raccogliere ed elaborare i dati complessivi a livello provinciale.

In questo scenario è difficile operare in modo serio, per fare un esempio che può essere valido in tutte le province italiane, si consideri che il mio ufficio non è in grado di sapere quanti e quali veicoli sono stati rubati il giorno prima nel territorio di competenza, tranne quelli di cui si è ricevuti direttamente la denuncia di furto. Di conseguenza non si è in grado di conosce i luoghi dove sono stati effettuati i furti e, cosa più importante, non si saprà mai dove questi veicoli saranno eventualmente ritrovati e in possesso di chi, a meno che queste notizie vengano richiese e sollecitate direttamente.

A disposizione degli investigatori ci sono solamente delle fredde e tardive statistiche che non consentono di analizzare il fenomeno criminale in modo da attuare una metodologia investigativa, volta in modo veloce e mirato a smantellare le strutture delinquenziali a livello locale. Basterebbe poter disporre in tempo reale di tutte le denunce di furto per avere un quadro complessivo e giornaliero del fenomeno in ogni provincia ed adottare le strategie di contrasto più adeguate, senza considerare che tutte queste notizie formerebbero un validissimo supporto investigativo e un costante controllo dei flussi. Da anni tentiamo, essendo un ufficio che si occupa di questi reati per competenza diretta, di poter ricevere per conoscenza le notizie di questi particolari reati, ma ciò sembra inspiegabilmente inattuabile, nonostante sia auspicato da direttive Ministeriali.

Posso affermare senza ombra di smentita che le migliori operazioni di Polizia Giudiziaria effettuate in questo particolare settore sono nate quando si è riusciti, attraverso una valida collaborazione, ad incrociare dati già in possesso di vari Uffici, dati ed informazioni che solo perché messi assieme hanno consentito di provare l’esistenza di organizzazioni criminali che altrimenti non sarebbero mai state scoperte.

In questa situazione nessuno, tranne forse la III^ Divisione Polizia Giudiziaria del Servizio Polizia Stradale di Roma, è in grado di ragionare in modo serio e puntuale sul fenomeno. Per fare un esempio, da anni si sostiene, ed è emerso anche nel corso del convegno (ma non si capisce su quali basi), che uno degli strumenti di contrasto al fenomeno, può essere l’intensificazione dei controlli presso le attività che si occupano della commercializzazione e riparazione di questo tipo di veicoli.

Di questo non sono assolutamente convinto, basti pensare che per questo tipo di veicoli la commercializzazione del riciclato avviene al di fuori dei normali canali di vendita, attraverso metodi spesso molto fantasiosi. Ma per tornare all’argomento basterebbe disporre ed analizzare in modo serio i dati riguardanti il fenomeno per capire ad esempio quanti rivenditori, meccanici carrozzieri sono mai stati indagati o sono rimasti in qualche modo coinvolti in indagini di furto e riciclaggio di ciclomotori o motocicli, e capire che questa attività di controllo non porterebbe ad un incremento dell’attività investigativa e quindi del contrasto al fenomeno, che secondo il mio parere va fatta in ben altro modo.

Quello che invece si può e si deve fare subito è migliorare l’addestramento del personale che espleta servizio di controllo del territorio che non sempre è dotato di quelle conoscenze necessarie per un corretto approccio al fenomeno.

Nel corso del convegno diversi relatori hanno auspicato un maggior controllo del territorio come deterrente a questo tipo di reati, quello che non è stato detto è che il personale addetto deve necessariamente essere specificamente addestrato a questo tipo di attività.

Quello che rilevo è molta approssimazione. Il controllo di un veicolo, con particolare riferimento ai suoi dati di identificazione ed ai suoi documenti, con l’obiettivo di verificarne l’originalità, non è una cosa semplice. Questa attività presuppone un minimo di conoscenze che pochi hanno e così spesso nel corso dei controlli l’operatore non si accorge di veicoli riciclati anche in modo non perfetto.

Per quanto riguarda la nostra amministrazione c’è da dire che in questi ultimi anni si è investito molto sull’addestramento degli addetti alle squadre di Polizia Giudiziaria, ora bisogna assolutamente pensare al rimanente personale. Purtroppo nonostante ciò sia auspicato da anni anche con circolari Ministeriali che sollecitavano un addestramento specifico e costante del personale sulla materia di Polizia Giudiziaria di competenza, poco o nulla è stato fatto. Sono segnalate notevoli resistenze da parte di diversi Dirigenti degli uffici nel programmare in modo serio e continuo lezioni riguardanti argomenti sui quali per altro da anni il personale chiede di essere informato.

Sempre in quest’ottica ben venga, come da tutti auspicato, una nuova edizione del manuale di controllo distribuito lo scorso anno, ma sia chiaro che è praticamente inutile dire dove si trova un numero di telaio senza aggiungere nulla sul modo in cui verificarlo, lo stesso per quanto riguarda il certificato del ciclomotore. In sostanza pur apprezzando in modo incondizionato l’iniziativa, bisogna dire che non basta una pagina, come per il manuale attualmente disponibile, per spiegare le tecniche di controllo di un veicolo e dei suoi documenti.

Sono passati ormai diversi anni da quando la nostra associazione, l’ASAPS, raccolta l’esigenza da parte del personale che già da qualche tempo utilizzava alcune tabelle sulla posizione dei numeri di telaio, ha distribuito agli iscritti un piccolo manuale intitolato «Controllo ed identificazione dei ciclomotori». Con tutti i limiti di quella iniziativa si è tentato di dotare il personale di uno strumento semplice e di facile consultazione, che agevolasse il lavoro delle pattuglie nel primo intervento su strada, ciò fu molto apprezzato ed ancora oggi questo strumento è utilizzato.

Un ultimo se pur breve accenno lo devo fare sulla magistratura che non sempre ha saputo seguire in modo adeguato questo tipo di reati perché, forse come è successo per gli investigatori, sono stati per troppo tempo sottovalutati. Molta più attenzione c’è per i reati di stupefacenti, o quelli contro la pubblica amministrazione, sull’onda dell’emergenza di turno, non seguendo in modo adeguato quei reati che a mio parere sono quelli può odiosi per la collettività nel suo complesso.

A tal proposito devo necessariamente portare un ulteriore esempio personale che riguarda la magistratura Riminese che non solo ha saputo essere attenta al fenomeno, ma che non ha fatto mai mancare tutti quei supporti investigativi, senza i quali non si sarebbero ottenuti importanti risultati. Questo mi porta a dire che quando c’è la volontà ed esistono le giuste sinergie i risultati non possono tardare.

Questa secondo me è la strada da seguire e nel frattempo posso assicurare che non molliamo, nonostante le difficoltà, continuando come sempre a fare il nostro lavoro, sperando che alla terza edizione del convegno qualcosa sia cambiato.

Ispettore Capo Polizia Stradale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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