E’ ormai diventato un appuntamento fisso il
convegno che ogni anno si tiene sul tema del furto riciclaggio e uso illegittimo
del veicolo motorizzato a due ruote.
La seconda edizione si è tenuta lo scorso 20
settembre a Milano nell’ambito della 59° edizione dell’EICMA, esposizione
internazionale del ciclo e motociclo, come lo scorso anno a Roma il Ministero
dell’Interno, l’ANCMA (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo e Accessori),
la F.M.I. (Federazione Motociclistica Italiana) e ANIA (Associazione Nazionale
Imprese Assicuratrici) hanno ritenuto giustamente di aggregare un folto numero
d’addetti ai lavori e delle forze dell’ordine al fine di dibattere il
fenomeno del furto, riciclaggio e uso illegittimo dei veicoli motorizzati a due
ruote.
Bella e interessante manifestazione che
permette di fare il punto sulle strategie di lotta alla piaga del furto e
riciclaggio di questo tipo di veicoli.
La sempre maggiore diffusione dei veicoli a
due ruote, nelle nostre città non disgiunta dall’elevato valore che ha
raggiunto questo tipo di veicoli, ha comportato un notevole incremento, negli
ultimi anni, del fenomeno criminoso del furto e riciclaggio.
Sono ormai migliaia i veicoli rubati in tutta
Italia ed in particolare nelle grandi aree metropolitane con alcune province
particolarmente interessate al fenomeno, punte del 50% di furti rispetto al
venduto a Palermo e Salerno, 40% a Catania e Roma, 30% Napoli e Siracusa, e di
seguito Genova, Firenze, Bologna. Per i targati il primato spetta a Napoli con
l’11,6%, seguono Roma, Palermo, Milano e Genova, tanto che il fenomeno desta
da tempo un notevole allarme sociale.
Diversi motivi, quali le caratteristiche
costruttive, la notevole diffusione e non ultimo la legislazione vigente, che
non prevede alcun tipo di registrazione per i ciclomotori, fanno sì che il
contrasto a tale fenomeno sia particolarmente difficile e poco incisivo.
Elevato il danno economico per la collettività.
Per quanto riguarda il furto dei ciclomotori, nella stragrande maggioranza dei
casi sono i giovani a subire il danno, non coperto di assicurazione. In un
attimo si vedono volatilizzare tutti i loro risparmi, con sacrificio anche delle
loro famiglie.
Furti di questo tipo hanno assunto veramente
proporzioni preoccupanti. Nel 2000 sono stati rubati complessivamente circa
80.000 veicoli tra ciclomotori, scooter e moto, con un danno per la collettività
di 400 miliardi. I furti dei motocicli sono stati 18.890, quasi il 9.5% in più
dell’anno precedente, mentre quelli dei ciclomotori sono stati 59.442 e
registrano una diminuzione del 42%, dato quest’ultimo non particolarmente
indicativo, infatti se si mette in relazione il numero dei veicoli rubati nel
2000 con le vendite dello stesso anno, si evidenzia l’incremento del 18% per i
ciclomotori ed un 4% in meno per i targati.
Compresa la vastità del fenomeno e la sua
valenza economica, ora si tenta di porre riparo ponendo questa tipologia di
reato sullo stesso piano di altri fenomeni criminali, altrettanto importanti,
senza distinzione.
Come ho sempre sostenuto è deplorevole fare
differenza tra il furto di un’autovettura di qualche decina di milioni, e per
questo meritevole di serie investigazioni, ed un ciclomotore di poco valore sul
quale non vale la pena interessarsi. Non è questo il giusto approccio, non è
il modo giusto di proteggere la collettività. Il singolo cittadino, nonostante
quanto sostenuto dagli «esperti», ritiene molto più ripugnante e grave il
furto del suo ciclomotore che una rapina in banca.
Ma torniamo al convegno, nel quale i relatori
nel corso dei loro interventi hanno sollecitato alcune considerazioni che per
ragioni di tempo non sono state illustrate approfonditamente e che tento di fare
ora.
Va subito chiarito un equivoco di fondo che in
qualche modo ha condizionato lo svolgimento dei lavori del convegno. A mio
parere non si può, come invece è stato fatto da alcuni relatori, mettere
assieme le varie tipologie di furto e riciclaggio dei veicoli: notevoli
differenze ci sono tra il furto e riciclaggio di autovetture e veicoli
industriali. Distinzioni vanno fatte anche per quanto riguarda i veicoli a due
ruote, ciclomotori e motocicli, perché diverse sono le organizzazioni, il loro
spessore criminale, il modus operandi, le tecniche di riciclaggio e la
commercializzazione dei veicoli taroccati.
Non si può ingenerare confusione, come è
stato fatto nel corso del convegno, perché si tratta di fenomeni che devono
essere trattati in modo autonomo perché diversi tra loro.
Proprio per non incorrere nello stesso errore,
mi limiterò a svolgere alcune considerazioni solo per quanto riguarda il furto
e riciclaggio di ciclomotori, che al momento appare il più interessante
soprattutto per l’attuale portata.
Per iniziare ad analizzare il fenomeno non si
può non partire da un cenno su gli autori di questo particolare reato.
Credo che non si possa discutere sul fatto che
nella stragrande maggioranza dei casi non si ha a che fare con grosse
organizzazioni criminali, ma si tratta di piccole bande giovanili e
frequentemente di singoli che intervengono in tutte le fasi del traffico (furto,
taroccaggio, falsificazione dei documenti, vendita) per poi utilizzare loro
stessi il veicolo o reimmetterlo sul mercato sfruttando tecniche elementari di
distribuzione ad esempio la loro cerchia di amici oppure attraverso giornali
specializzati di annunci economici.
E’ pur vero, e questo deve far seriamente
pensare, che ultimamente lo spessore criminale di alcuni di questi soggetti
tende a elevarsi e non di poco. Questo vuol dire che il «giro» si è fatto
particolarmente appetibile anche da parte di soggetti che fino ad un certo punto
avevano preferito la commissione di reati particolarmente lucrosi.
Non bisogna essere addetti ai lavori per
capire quanto sia appetibile oggi il prodotto di questo reato, anche rispetto ad
altri crimini pure contrastati dalle forze dell’ordine e dalla magistratura
con un interesse maggiore.
Ho fatto l’esempio di una rapina in banca
che frutta di solito non più di una decina di milioni, divisi tra i componenti
della banda, tolte le spese si riducono a pochi milioni a testa. Il rischio è
alto, il guadagno limitato. Si pensi viceversa al soggetto, magari incensurato
che in un giorno, da solo, senza bisogno di complici, di particolari mezzi o
investimenti, ruba e ricicla due ciclomotori del valore di sei sette milioni,
che rivenduti frutteranno almeno cinque milioni.
Basta questo per capire che non si può più
affrontare il fenomeno nel modo in cui si è affrontato fino ad ora. Nessuno
poteva credere che, come successo per una recente indagine svolta dal mio
ufficio, il principale indagato, l’organizzatore di un traffico di ciclomotori
rubati, era un personaggio che tra i suoi numerosi pregiudizi di polizia
annoverava un arresto per il reato di associazione per delinquere finalizzato al
sequestro di persona. Questo è un caso ancora sporadico poco ancora indicativo,
ma come ho già detto da non sottovalutare.
Come non è ancora significativo, a mio
parere, il traffico internazionale di questo tipo di veicoli, che esiste,
abbiamo avuto segnali in tal senso, ma si tratta ancora di casi sporadici e
limitati e per questo vanno seguiti con attenzione. Ad esempio si è a
conoscenza di un traffico in alcuni paesi nord africani, ma sembra più
l’iniziativa di pochissimi singoli, non particolarmente esperti che tentano la
spedizione o il trasporto di alcuni veicoli (1/2 per volta) da utilizzare più
per uso famigliare o per una cerchia circoscritta di conoscenti che per un vero
e proprio traffico organizzato.
Il problema vero è il dilagare del fenomeno
nelle nostre città da parte di soggetti, come già detto nella stragrande
maggioranza dei casi minorenni che, data la facilità con cui si riesce ad
organizzare e gestire il traffico, non trovano nulla di meglio da fare che
dotarsi di una cesoia, uno spadino, un martello ed uno strumento a punta, ed
impiantare una piccola organizzazione che con pochissimi mezzi e conoscenze
riesce ad ottenere buoni guadagni.
Nella stragrande maggioranza dei casi i
veicoli rimangono in circolazione nella stessa provincia dove è stato
perpetrato il furto, il lavoro di taroccaggio non è quasi mai di buon livello.
E’ utile dire che se il fenomeno è così
diffuso lo si deve in particolare a tre fattori determinanti:
1. La mancata registrazione di questo tipo di
veicoli.
In pratica sia all’atto dell’acquisto che
agli eventuali trasferimenti di proprietà, il ciclomotore segue il normale
regime dei beni mobili non registrati. In sostanza, non vi è alcun obbligo di
registrazione del trasferimento di proprietà: il contrassegno per ciclomotore,
«targhetta» identifica infatti il «responsabile della circolazione» e non il
veicolo, e quindi può essere smontata da un ciclomotore e messa su un altro.
Non è neanche necessario nessun atto scritto nè tanto meno una fattura
comprovante l’acquisto, casomai solo uno scontrino fiscale dal quale non si
evince l’acquirente del veicolo. Se si pensa che a volte le trattative
avvengono attraverso un cellulare di cui si dimentica subito dopo l’utenza o
che gli incontri avvengono al bar, si capisce la difficoltà di rintracciare
persone di cui non si conosce nemmeno il nome.
2. I dati di identificazione (numero di
telaio) sono particolarmente alterabili.
Sostanzialmente mi riferisco a due fattori in
particolare:
a) non essendo prevista una registrazione del
numero di telaio, i veicoli possono essere clonati all’infinito, nessuno si
accorgerà mai che circolano due o più veicoli con lo stesso numero di telaio;
b) la punzonatura a punti attualmente
utilizzata dalla maggior parte delle case costruttrici rende estremamente facile
la contraffazione e/o alterazione.
3.Certificati facilmente riproducibili.
Anche per quanto riguarda i certificati, il
fatto che il veicolo non sia registrato permette di poter utilizzare una matrice
di un documento ottenuta attraverso fotocopia del documento di un ciclomotore
originale per disporre di un numero illimitato di certificati sui quali basta
trascrivere il numero di telaio del veicolo riciclato. Si consideri che il 99,9%
di questo tipo di documenti non possiede alcun sistema di sicurezza, di solito
sono formati su «carta straccia» facilmente fotocopiabile senza che nessuno si
accorga della falsità del documento.
Come si vede in questa situazione è difficile
parlare di un serio contrasto al fenomeno. Per questo tipo di veicoli da una
parte è estremamente facile procedere al furto e riciclaggio, dall’altra
estremamente difficile per le forze dell’ordine procedere alla loro
identificazione.
A proposito di questo è bene dire che, i
depositi giudiziari delle nostre città sono pieni di ciclomotori rinvenuti
dalle forze dell'ordine e mai restituiti al legittimi proprietari perché i
veicoli non sono stati esattamente identificati o, se identificati, non si è in
grado di risalire al proprietario, questo anche per dire che le statistiche
rispetto ai recuperi di questo tipo di veicoli sono sicuramente in difetto perché
andrebbero aggiunte diverse centinaia di veicoli ogni anno in queste condizioni,
che poi vengono demoliti.
Quindi oltre a sollecitare l’impegno delle
forze dell’ordine, che è la cosa più semplice, bisogna impegnarsi seriamente
con iniziative che rendano un po’ più complicato questo tipo di reato e
siccome non si manca mai di sollecitare proposte, anche se poi è difficile
vederle attuate, siamo pronti con le nostre, per la verità da anni sollecitate
e sempre disattese.
• Punzonatura tradizionale (e non
puntiforme) e copertura della composizione alfanumerica con una pellicola
adesiva trasparente soggetta a frammentazione in caso di tentativo di rimozione;
• Certificati per ciclomotore con almeno un
sistema di sicurezza, le meno costose e tradizionali (filigrana o reazione ai
raggi U.V.) rendono il documento almeno non riproducibile attraverso
fotocopiatura;
• Trascrizione dei veicoli in un apposito
registro;
• Sistema di chiusura ed antifurto che siano
almeno dignitosi e non, come oggi, nella stragrande maggioranza dei casi
praticamente inutili.
Per la verità sembra superata la questione
riguardante la registrazione dei ciclomotori, lo scorso marzo infatti il
Parlamento ha emanato la legge delega di revisione del Nuovo codice della Strada
delegando il Governo su importanti regole sulla circolazione, tra queste
l’istituzione di un Pubblico registro dedicato ai ciclomotori all’interno
del quale saranno inserite ed abbinate informazioni sul modello, telaio e nome
del proprietario.
Se tale norma sarà emanata, almeno uno dei
problemi sarà risolto.
Rimane l’urgenza di modificare il
certificato per ciclomotore; già nel convegno dello scorso anno l’ANCMA, che
sembra particolarmente attenta a tutte queste problematiche, in un documento
titolato «Iniziative e proposte dei costruttori» aveva auspicato la modifica
di questo documento definendolo: « facilmente esposto alla contraffazione e
rende difficoltosi i controlli su strada», auspicando addirittura l’adozione
di documenti tipo carte di credito con particolari elementi di sicurezza. A
distanza di un anno da quella proposta ancora nulla si sa su eventuali
iniziative in tal senso che riguardino sia i costruttori che il Ministero dei
trasporti.
Ma non sono solo gli altri che devono
migliorare, di fatti un altro problema che va immediatamente affrontato è
l’organizzazione e razionalizzazione delle risorse e lo scambio delle
informazioni tra le forze dell’ordine, oggi è estremamente difficile persino
ragionare sul fenomeno del furto e riciclaggio di questo tipo di veicoli.
Nell’ambito della stessa provincia almeno tre uffici (Questura, Polizia
Stradale, Carabinieri) ricevono le denunce di furto ed ogni fatto è trattato in
modo diverso, senza parlare dei rinvenimenti che di solito sono effettuati da
uffici diversi da quelli che hanno ricevuto la denuncia. In sostanza troppi
uffici, nessun coordinamento e soprattutto nessuno degli uffici competenti è in
grado di raccogliere ed elaborare i dati complessivi a livello provinciale.
In questo scenario è difficile operare in
modo serio, per fare un esempio che può essere valido in tutte le province
italiane, si consideri che il mio ufficio non è in grado di sapere quanti e
quali veicoli sono stati rubati il giorno prima nel territorio di competenza,
tranne quelli di cui si è ricevuti direttamente la denuncia di furto. Di
conseguenza non si è in grado di conosce i luoghi dove sono stati effettuati i
furti e, cosa più importante, non si saprà mai dove questi veicoli saranno
eventualmente ritrovati e in possesso di chi, a meno che queste notizie vengano
richiese e sollecitate direttamente.
A disposizione degli investigatori ci sono
solamente delle fredde e tardive statistiche che non consentono di analizzare il
fenomeno criminale in modo da attuare una metodologia investigativa, volta in
modo veloce e mirato a smantellare le strutture delinquenziali a livello locale.
Basterebbe poter disporre in tempo reale di tutte le denunce di furto per avere
un quadro complessivo e giornaliero del fenomeno in ogni provincia ed adottare
le strategie di contrasto più adeguate, senza considerare che tutte queste
notizie formerebbero un validissimo supporto investigativo e un costante
controllo dei flussi. Da anni tentiamo, essendo un ufficio che si occupa di
questi reati per competenza diretta, di poter ricevere per conoscenza le notizie
di questi particolari reati, ma ciò sembra inspiegabilmente inattuabile,
nonostante sia auspicato da direttive Ministeriali.
Posso affermare senza ombra di smentita che le
migliori operazioni di Polizia Giudiziaria effettuate in questo particolare
settore sono nate quando si è riusciti, attraverso una valida collaborazione,
ad incrociare dati già in possesso di vari Uffici, dati ed informazioni che
solo perché messi assieme hanno consentito di provare l’esistenza di
organizzazioni criminali che altrimenti non sarebbero mai state scoperte.
In questa situazione nessuno, tranne forse la
III^ Divisione Polizia Giudiziaria del Servizio Polizia Stradale di Roma, è in
grado di ragionare in modo serio e puntuale sul fenomeno. Per fare un esempio,
da anni si sostiene, ed è emerso anche nel corso del convegno (ma non si
capisce su quali basi), che uno degli strumenti di contrasto al fenomeno, può
essere l’intensificazione dei controlli presso le attività che si occupano
della commercializzazione e riparazione di questo tipo di veicoli.
Di questo non sono assolutamente convinto,
basti pensare che per questo tipo di veicoli la commercializzazione del
riciclato avviene al di fuori dei normali canali di vendita, attraverso metodi
spesso molto fantasiosi. Ma per tornare all’argomento basterebbe disporre ed
analizzare in modo serio i dati riguardanti il fenomeno per capire ad esempio
quanti rivenditori, meccanici carrozzieri sono mai stati indagati o sono rimasti
in qualche modo coinvolti in indagini di furto e riciclaggio di ciclomotori o
motocicli, e capire che questa attività di controllo non porterebbe ad un
incremento dell’attività investigativa e quindi del contrasto al fenomeno,
che secondo il mio parere va fatta in ben altro modo.
Quello che invece si può e si deve fare
subito è migliorare l’addestramento del personale che espleta servizio di
controllo del territorio che non sempre è dotato di quelle conoscenze
necessarie per un corretto approccio al fenomeno.
Nel corso del convegno diversi relatori hanno
auspicato un maggior controllo del territorio come deterrente a questo tipo di
reati, quello che non è stato detto è che il personale addetto deve
necessariamente essere specificamente addestrato a questo tipo di attività.
Quello che rilevo è molta approssimazione. Il
controllo di un veicolo, con particolare riferimento ai suoi dati di
identificazione ed ai suoi documenti, con l’obiettivo di verificarne
l’originalità, non è una cosa semplice. Questa attività presuppone un
minimo di conoscenze che pochi hanno e così spesso nel corso dei controlli
l’operatore non si accorge di veicoli riciclati anche in modo non perfetto.
Per quanto riguarda la nostra amministrazione
c’è da dire che in questi ultimi anni si è investito molto
sull’addestramento degli addetti alle squadre di Polizia Giudiziaria, ora
bisogna assolutamente pensare al rimanente personale. Purtroppo nonostante ciò
sia auspicato da anni anche con circolari Ministeriali che sollecitavano un
addestramento specifico e costante del personale sulla materia di Polizia
Giudiziaria di competenza, poco o nulla è stato fatto. Sono segnalate notevoli
resistenze da parte di diversi Dirigenti degli uffici nel programmare in modo
serio e continuo lezioni riguardanti argomenti sui quali per altro da anni il
personale chiede di essere informato.
Sempre in quest’ottica ben venga, come da
tutti auspicato, una nuova edizione del manuale di controllo distribuito lo
scorso anno, ma sia chiaro che è praticamente inutile dire dove si trova un
numero di telaio senza aggiungere nulla sul modo in cui verificarlo, lo stesso
per quanto riguarda il certificato del ciclomotore. In sostanza pur apprezzando
in modo incondizionato l’iniziativa, bisogna dire che non basta una pagina,
come per il manuale attualmente disponibile, per spiegare le tecniche di
controllo di un veicolo e dei suoi documenti.
Sono passati ormai diversi anni da quando la
nostra associazione, l’ASAPS, raccolta l’esigenza da parte del personale che
già da qualche tempo utilizzava alcune tabelle sulla posizione dei numeri di
telaio, ha distribuito agli iscritti un piccolo manuale intitolato «Controllo
ed identificazione dei ciclomotori». Con tutti i limiti di quella iniziativa si
è tentato di dotare il personale di uno strumento semplice e di facile
consultazione, che agevolasse il lavoro delle pattuglie nel primo intervento su
strada, ciò fu molto apprezzato ed ancora oggi questo strumento è utilizzato.
Un ultimo se pur breve accenno lo devo fare
sulla magistratura che non sempre ha saputo seguire in modo adeguato questo tipo
di reati perché, forse come è successo per gli investigatori, sono stati per
troppo tempo sottovalutati. Molta più attenzione c’è per i reati di
stupefacenti, o quelli contro la pubblica amministrazione, sull’onda
dell’emergenza di turno, non seguendo in modo adeguato quei reati che a mio
parere sono quelli può odiosi per la collettività nel suo complesso.
A tal proposito devo necessariamente portare
un ulteriore esempio personale che riguarda la magistratura Riminese che non
solo ha saputo essere attenta al fenomeno, ma che non ha fatto mai mancare tutti
quei supporti investigativi, senza i quali non si sarebbero ottenuti importanti
risultati. Questo mi porta a dire che quando c’è la volontà ed esistono le
giuste sinergie i risultati non possono tardare.
Questa secondo me è la strada da seguire e
nel frattempo posso assicurare che non molliamo, nonostante le difficoltà,
continuando come sempre a fare il nostro lavoro, sperando che alla terza
edizione del convegno qualcosa sia cambiato.